INTERESSE PRIVATO IN ATTO PUBBLICO? nooooooo!!!!


...... .condivise sul punto le osservazioni dell'opponente sia in ordine alla ILLEGITTIMITA' della PARTECIPAZIONE del
SINDACO alla C.E.C. sia alla mancata astensione da parte
della stessa dal prendere parte alla DISCUSSIONE sino alla VOTAZIONE di delibere riguardanti gli INTERESSI propri nonchè di PARENTI o di affini fino al 4° grado.......



......a cui vanno aggiunti altresì i rilievi della CONSULENZA disposta dal P.M. che ha affermato la ILLEGITTIMITA' della CONCESSIONE edilizia relativa all'abitazione del RISO sita all'interno del piano di lottizzazione "LA PALOMA" .........

......Dispone che il P.M. formuli, entro dieci giorni, l'IMPUTAZIONE dei confronti di RISO NAPOLEONE e PORTOBELLO GASPARE in ordine ai REATI di cui agli art 323 e 328 c.p........


licenza edilizia rilasciata
6 giugno 2006

CONSIGLIO COMUNALE 10 MARZO 2008

....vi faccio pagare i danni morali......vi arriverà la parcella dell'avvocato perchè i soldi dei miei figli non si toccano.... vi dovete dimettere perchè la mozione di sfiducia nei miei confronti è stat respinta dal TAR ed avete procurato un danno al Comune... avete speculato con il PRG e ve la vedete con la Procura .... avete girato con le carte del PRG ed ora i cittadini vengono a ringraziarvi.... Urlando forte e chiaro CONTRO.. : " Se mi denunci ti faccio saltare in aria Ti faccio vedere chi sono io" La coerenza politica non abita nelle loro coscienze, come dimostrano anche diversi atti che hanno approvato a colpi di maggioranza e che il tempo implacabile valuterà........di valutare se fossero esistiti i presupposti per richiedere un risarcimento danni morali per calunnia e diffamazione sia per me che per il Vice Presidente del Consiglio.......

" salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazioni di norme di legge o regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sè o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno un carattere di rilevante gravità"

mercoledì 21 giugno 2017

2017 20 GIUGNO PENALE SENT. SEZ. 1 NUM. 30323 ANNO 2017 PRESIDENTE: CORTESE ARTURO RELATORE: SANDRINI ENRICO GIUSEPPE DATA UDIENZA 06 10 2016 CORTE DI CASSAZIONE INAMMISSIBILITA’ SENTENZA 4 2014 CORTE ASSISE PALERMO OMICIDIO MAFIOSO DI VINCENZO ENEA BRUNO FRANCESCO




2017  20 GIUGNO Penale Sent. Sez. 1 Num. 30323 Anno 2017 Presidente: CORTESE ARTURO Relatore: SANDRINI ENRICO GIUSEPPE   Data Udienza 06 10 2016 Corte di Cassazione INAMMISSIBILITA’ SENTENZA 4 2014 CORTE ASSISE PALERMO OMICIDIO MAFIOSO DI VINCENZO ENEA  BRUNO FRANCESCO   

SENTENZA sul ricorso proposto da:

BRUNO FRANCESCO N. IL 27/05/1951 avverso la sentenza n. 4/2014 CORTE ASSISE APPELLO di PALERMO, del 19/02/2015 visti gli atti, la sentenza e il ricorso udita in PUBBLICA UDIENZA del 06/10/2016 la relazione fatta dal Consigliere Dott. ENRICO GIUSEPPE SANDRINI Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. MARIA FRANCESCA LOY che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso  

L’Avvocato Luigi Pace per la parte civile ENEA PIETRO si associa alle conclusioni del Procuratore  Generale dichiarando che ai ricorso sia dichiarato inammissibile in subordine rispettato

L’avvocato Marchi per le altre parti civili si associa
L’Avvocato Luciano Termini, difensore dell’imputato chiede l’accogliento dei motivi del ricorso ai quali si riporta

L’Avvocato Gioacchino Sbacchi, difensore dell’imputato, chiede l’accoglimento del ricorso

Udito, per la parte civile, l'Avv
Udit i  i difensori  Avv

RITENUTO IN FATTO 1. Con sentenza pronunciata il 19.02.2015 la Corte d'assise d'appello di Palermo ha confermato la sentenza in data 22.05.2013 con cui il GIP del Tribunale di Palermo, all'esito di giudizio abbreviato, aveva condannato Bruno Francesco alla pena di anni 30 di reclusione, oltre pene e statuizioni accessorie e oltre alle pronunce risarcitorie in favore delle parti civili costituite, per il delitto di omicidio di Enea Vincenzo, aggravato dalla premeditazione e dall'aver commesso il fatto, in concorso con altri, durante la latitanza conseguente a mandato di cattura emesso nei suoi confronti. L'omicidio era stato commesso poco prima delle 8.00 del mattino dell'8.06.1982 in Isola delle Femmine, davanti al lido balneare "Villaggio Bungalow", di proprietà della vittima, dove il cadavere dell'Enea era stato rinvenuto attinto da numerosi colpi d'arma da fuoco. Le fonti di prova della responsabilità dell'imputato, valorizzate dalla sentenza d'appello, sono costituite essenzialmente dalle dichiarazioni del figlio della vittima, Enea Pietro, corroborate da quelle dei collaboratori di giustizia Mutolo Gaspare, Onorato Francesco e Naimo Rosario, che avevano reso in tempi diversi propalazioni de relato sulla causale del delitto e sui suoi autori (provenienti tutte da soggetti intranei all'associazione mafiosa e occupanti nella stessa un ruolo di primo piano), nonché dai riscontri tratti dalle dichiarazioni di altri familiari della vittima e dagli accertamenti di p.g.. Enea Pietro, che all'epoca collaborava col padre nella sua attività di imprenditore edile, aveva riferito ai carabinieri nell'immediatezza del fatto che la mattina del delitto, dopo essere uscito a pesca verso le 6.00, nel passare davanti al bungalow dove doveva incontrare il padre, aveva notato ferma a circa 200 metri dall'ingresso una vettura Fiat 124 di colore bianco, che non aveva più rivisto quando era ripassato sui luoghi dopo circa dieci minuti, allorché aveva trovato il cadavere del padre appena ucciso;
in tale occasione aveva precisato, senza tuttavia voler verbalizzare - allora - le sue dichiarazioni, che a bordo della Fiat 124 vi erano quattro persone, di una delle quali aveva descritto le fattezze, che lo avevano guardato con circospezione, una anche additandolo agli altri occupanti della vettura. La reticenza inizialmente dimostrata da Enea Pietro era stata attribuita dai carabinieri al clima di intimidazione e di omertà che aveva caratterizzato fin dall'inizio le indagini, condizionando anche l'atteggiamento dichiarativo del teste e inducendolo a non collaborare per timore di ritorsioni in danno dei propri familiari; la verosimile causale dell'omicidio era stata individuata nell'attività di impresario edile della vittima e nei contrasti insorti con gli interessi di soggetti appartenenti alla criminalità organizzata operanti nel settore.
Enea Pietro aveva reso nuove dichiarazioni il 9.05.2000, nelle quali precisava di aver riconosciuto senza ombra di dubbio, tra le persone presenti a bordo della Fiat 124 (indicata come di colore beige) che aveva visto nei pressi del villaggio bungalow verso le 7.30 del mattino del giorno in cui il padre era stato ucciso, Bruno Francesco, all'epoca latitante, il quale lo aveva salutato; indicava il movente dell'omicidio nelle attività imprenditoriali del padre, che aveva rifiutato la proposta dell'imputato di diventare suo socio occulto per consentirgli di investire denaro nell'edilizia, nonché nel contrasto insorto con la società BBP, costituita da Bruno Giuseppe, Bruno Pietro (entrambi parenti dell'imputato) e Pomerio Giuseppe, proprietaria di un fabbricato denominato Costa Corsara edificato su un terreno limitrofo a quello sul quale Enea Vincenzo aveva costruito una palazzina, di cui non riusciva a vendere gli appartamenti perché il fabbricato della BBP aveva ecceduto la cubatura consentita, appropriandosi di un terreno che doveva costituire oggetto di permuta con l'Enea e impedendo così il perfezionamento del negozio, fino a provocare il fallimento dell'impresa della vittima;

nel corso della conseguente lite giudiziaria con la BPP, Enea Vincenzo aveva subito atti intimidatori, come incendi e danneggiamenti, che lo avevano indotto ad avvicinarsi, per tentare una mediazione, all'imprenditore edile D'Agostino Benedetto, a sua volta ucciso. Enea Pietro riferiva altresì di essere stato minacciato di morte a seguito della ricerca di informazioni sull'omicidio del padre, in particolare mediante una telefonata anonima ricevuta dalla madre, che lo avevano indotto ad allontanarsi da Isola delle Femmine per timore di ritorsioni;

le minacce subite avevano trovato conferma nelle dichiarazioni dei familiari dell'Enea (la madre, le sorelle, il fratello), che avevano riferito di aver appreso dal loro congiunto il coinvolgimento dell'imputato nel delitto, nonché le relative causali nella lite con la società BPP e le intimidazioni subite da Enea Vincenzo prima di essere ucciso. Mutolo Gaspare, nelle conformi dichiarazioni da lui rese il 14.07.1993 e il 7.05.2010, aveva riferito che l'omicidio dell'Enea era stato deciso perché la vittima non rispettava le sollecitazioni della famiglia mafiosa locale, capeggiata da Riccobono  Rosario, e di aver appreso dal Riccobono e da altri sodali le relative modalità organizzative ed esecutive in occasione di riunioni avvenute il giorno precedente e nella stessa tarda mattinata del delitto nella villa del Riccobono, venendo a conoscenza che del gruppo di fuoco aveva fatto parte l'imputato. Onorato Francesco aveva riferito a sua volta di aver appreso dal Riccobono che Bruno Francesco era un soggetto a lui vicino negli anni 1982-1983, attivo nella zona di Isola delle Femmine, e che l'omicidio dell'Enea era stato voluto dalla famiglia mafiosa locale, e tra gli altri anche dal Bruno, perché la vittima disturbava gli affari mafiosi nel settore dell'edilizia.

Anche Naimo Rosario aveva riferito informazioni apprese in diverse occasioni e da diversi soggetti sulla causale dell'omicidio, dovuto a motivi di costruzioni, di terreni e di soldi, e sulla sua riconducibilità a una decisione della famiglia mafiosa locale, capeggiata dal Riccobono, persona con la quale l'imputato, molto considerato nell'ambito di cosa nostra, era a diretto contatto;

la decisione di uccidere Enea era stata presa senza avvertire il vertice dell'organizzazione mafiosa, come il Nainno aveva appreso direttamente da Riina Salvatore in occasione di un incontro nel 1985;

il collaboratore aveva altresì appreso da Troja Antonino che questi aveva ucciso l'Enea, insieme al Bruno e ad altri soggetti, per ordine del Riccobono. La Corte territoriale rilevava che le dichiarazioni testimoniali di Enea Pietro non necessitavano di riscontri, una volta positivamente superato il vaglio di credibilità e di intrinseca attendibilità;

che non era emerso alcun motivo per cui l'Enea dovesse calunniare l'imputato, a distanza di 18 anni dal delitto e dopo aver lasciato definitivamente i luoghi, quando il clima intimidatorio era ormai superato;
che la reticenza iniziale dell'Enea trovava logica spiegazione nelle minacce subite e nel timore di ritorsioni verso i familiari;
che il particolare sulla presenza in loco della Fiat 124 era stato riferito agli inquirenti fin dall'inizio;
che il timore nutrito nei riguardi del Bruno era giustificato dalla sua caratura criminale di appartenente al clan mafioso del Riccobono, all'epoca ricercato per un altro omicidio da lui commesso;
che le divergenze riscontrabili rispetto alle primigenie dichiarazioni del'Enea erano minimali e spiegabili col decorso del tempo;

che il movente dell'omicidio indicato dall'Enea aveva trovato riscontro nelle indagini di p.g., anche con riguardo alla controversia insorta con la BPP e alle ragioni della stessa;

che le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia realizzavano la convergenza del molteplice e provenivano da soggetti la cui credibilità era stata verificata in numerosi processi, mentre gli aspetti di genericità del loro propalato trovavano spiegazione nella natura de relato delle dichiarazioni e nell'assenza di diretta partecipazione al delitto.

2. Ricorre per cassazione Bruno Francesco, a mezzo dei difensori, deducendo con unico motivo violazione di legge e vizio di motivazione, in relazione agli artt. 546, 125, 192, 530 cod.proc.pen., 110, 575, 99 cod.pen.. Il ricorso deduce la nullità assoluta della sentenza impugnata per inesistenza di una valida motivazione, essendosi il giudice d'appello limitato alla pedissequa ripetizione delle argomentazioni del GUP, rispetto alle quali l'unico elemento di difformità era costituito dalla diversa valutazione dell'apporto fornito dai collaboratori di giustizia Mutolo, Onorato e Nainno. Dopo aver riportato la sequenza e i contenuti delle dichiarazioni rese dal figlio della vittima, Enea Pietro, segnalandone gli aspetti contraddittori e inattendibili, Lr/   

il ricorso rileva che la sentenza d'appello aveva omesso di considerare che l'Enea, nelle sue dichiarazioni iniziali oggetto della confidenza non verbalizzata, aveva identificato il soggetto descritto come uno degli occupanti della vettura Fiat 124 che aveva notato in sosta verso le 7.30 del mattino, poco prima del delitto, presso i bungalow dove era stato commesso l'omicidio, in un giovane che due settimane prima si era intrattenuto a parlare con l'amico Cardinale Antonino nel bar "La plaia" di Isola delle Femmine, individuato dalla p.g. in Fanara Giuseppe, del quale l'Enea aveva successivamente ritrattato l'identificazione;

deduce l'assenza di riscontri dell'attribuzione della ritrattazione dell'Enea a un clima di omertà e intimidazione smentito dallo stesso teste;

rileva l'inconsistenza del movente del delitto indicato dal Mutolo a molti anni di distanza sulla base di pretese informazioni de relato;

evidenzia le divergenze riscontrabili nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e censura l'avvenuto riconoscimento dell'imputato, da parte dell'Enea, a diciotto anni di distanza dall'omicidio, dopo aver serbato un lungo e ingiustificato silenzio, nonostante il Bruno fosse persona da lui sicuramente conosciuta.
Il ricorso riporta le censure dedotte nei motivi d'appello alle quali la sentenza impugnata non aveva dato risposta;

contesta l'affermazione della Corte territoriale secondo cui i motivi di gravame si erano limitati a un esame parcellizzato dei singoli elementi di prova senza considerare la valenza di prova testimoniale che doveva riconoscersi alle dichiarazioni di Enea Pietro, non necessitanti di riscontri esterni una volta superato il vaglio di credibilità;

richiama la contestazione articolata e globale degli argomenti che il giudice di primo grado aveva posto a fondamento della sentenza di condanna, svolta nei motivia d'appello, e deduce la circolarità delle dichiarazioni accusatorie provenienti dai componenti della famiglia della vittima, che avevano tutti riferito quanto appreso dalla medesima fonte, rappresentata da Enea Pietro, di cui la difesa aveva dimostrato l'inattendibilità. 

Il ricorso lamenta la lettura incompleta degli atti processuali da parte della sentenza impugnata, basata esclusivamente sulle dichiarazioni di Enea Pietro, di cui censura la valutazione frazionata, rilavando che il teste aveva taciuto per vent'anni la circostanza della chiamata telefonica anonima, di natura minatoria, da lui ricevuta con l'intimazione di cessare le ricerche sulle cause dell'omicidio del padre, e di cui era rimasto ignoto l'autore;

deduce l'assenza di connessione tra l'omicidio di Enea Vincenzo e quello di D'Agostino Benedetto, che il collaboratore Gaspare Mutolo aveva ascritto a una diversa causale, scaturita dalla mancata esecuzione a regola d'arte dei lavori di costruzione della villa di Spatola Bartolomeo;

censura la motivazione della sentenza di condanna basata su congetture e moventi inesistenti, privi di riscontro negli atti processuali,   nonchè il giudizio di affidabilità attribuito alle dichiarazioni di Enea Pietro, autore di propalazioni deliranti;

rileva che la sentenza impugnata non aveva precisato quali fossero le interessenze tra l'imputato e la società B.B.P., lamentando il travisamento della prova sul preteso sconfinamento territoriale (smentito anche documentalmente) nell'edificazione del complesso turistico Costa Corsara, indicato come causa della controversia con la vittima alla quale i soci della B.B.P. erano invece estranei, riguardando la lite esclusivamente i rapporti tra Enea Vincenzo e i proprietari (gli eredi Cardinale) del terreno confinante col lotto, edificato dall'Enea, interessato dal frazionamento e da permuta parziale, lite che era stata definita in epoca antecedente il delitto così da consentire alla vittima di sbloccare la vendita degli appartamenti, come confermato dal coniuge dell'Enea.

3. I difensori delle parti civili costituite hanno depositato memorie con cui hanno chiesto che il ricorso di Bruno Francesco sia rigettato o dichiarato inammissibile.
CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è complessivamente infondato e deve essere rigettato, per le ragioni che seguono.

2. Priva di fondamento è, anzitutto, la censura rivolta dal ricorrente alla sentenza impugnata di essersi limitata a recepire e riprodurre acriticamente la motivazione della decisione di primo grado, senza confrontarsi con le doglianze proposte avverso la stessa dalla difesa dell'imputato nei motivi d'appello e senza rispondere in modo adeguato alle relative ragioni di gravame. Dal raffronto testuale delle decisioni di primo e di secondo grado emerge invece che la sentenza d'appello ha affrontato ed esaminato il nucleo essenziale delle censure dell'appellante, ed è pervenuta alla conferma dell'affermazione di colpevolezza dell'imputato sulla scorta di una propria, autonoma, rilettura delle risultanze istruttorie, che ha valorizzato particolarmente la fonte di prova rappresentata dalle dichiarazioni testimoniali del figlio della vittima, Enea Pietro, che la sentenza del GIP aveva utilizzato principalmente come elemento di riscontro delle propalazioni dei collaboratori di giustizia Mutolo, Onorato e Naimo.
La motivazione della sentenza gravata, sotto tale profilo, va dunque esente da censura; per scrupolo argomentativo, deve comunque essere ribadito l'orientamento consolidato di questa Corte, secondo cui il ricorso da parte del giudice d'appello alla motivazione per relationem, facente riferimento a quella del provvedimento di primo grado, deve ritenersi in via di principio consentito, e non produce alcuna nullità, allorché le argomentazioni del provvedimento richiamato risultino congrue rispetto alle esigenze giustificative di quello che le recepisce, e dalla lettura di quest'ultimo emerga che il giudice d'appello ha preso cognizione delle ragioni sostanziali del provvedimento di riferimento e le abbia meditate e   ritenute coerenti con la sua decisione (Sez. 6 n. 53420 del 4/11/2014, Rv.   261839; Sez. 6 n. 48428 dell'8/10/2014, Rv. 261248).

In particolare, è stata ritenuta legittima da questa Corte la motivazione per relationem della sentenza di secondo grado che recepisca in modo critico e valutativo quella della sentenza impugnata, limitandosi a ripercorrere e approfondire alcuni aspetti del complesso probatorio oggetto di contestazione da parte dell'appellante, omettendo di esaminare quelle doglianze dell'atto di appello che avevano già trovato risposta esaustiva nella sentenza di primo grado (Sez. 2 n. 19619 del 13/02/2014, Rv. 259929), specie se le censure formulate nell'atto di impugnazione non contengano elementi di sostanziale novità rispetto a quelle già condivisibilmente esaminate e disattese dalla sentenza richiamata (Sez. 2 n. 30838 del 19/03/2013, Rv. 257056). L'osservanza di tali principi, ai quali va data continuità, risulta verificata all'esito della lettura coordinata delle due sentenze di merito che hanno condannato l'imputato per l'omicidio di Enea Vincenzo, avendo la sentenza d'appello legittimamente rivisitato e integrato, mediante una più puntuale valorizzazione della capacità dimostrativa attribuita alla testimonianza di Enea Pietro, l'impianto motivazionale della decisione di primo grado, che aveva già esaminato e vagliato in modo esaustivo l'intero complesso dei dati probatori acquisiti a carico del Bruno, e rispetto alle cui valutazioni le doglianze proposte nei motivi d'appello non deducevano elementi di reale novità.

3. Le ulteriori censure del ricorrente che sono dirette principalmente a criticare la credibilità soggettiva di Enea Pietro e l'attendibilità intrinseca attribuita dalla sentenza impugnata alle sue dichiarazioni - con particolare riguardo all'affidabilità del riconoscimento nella persona dell'imputato di uno dei soggetti presenti a bordo dell'autovettura Fiat 124 che il teste aveva visto ferma in sosta nelle prime ore del mattino dell'8.06.1982 nelle adiacenze del luogo (il lido balneare "villaggio bungalow" di Isole delle Femmine) dove, in immediata successione temporale, era stato consumato l'omicidio del padre, riconoscimento operato dall'Enea per la prima volta nelle dichiarazioni rese il 9.05.2000, a diciotto anni di distanza dal fatto - non si confrontano adeguatamente col dato testuale per cui la sentenza d'appello ha individuato nel narrato dell'Enea uno degli elementi, per quanto rilevante, di prova della responsabilità del Bruno, che si inserisce in un quadro dimostrativo più ampio e convergente, composto anche dai contenuti delle propalazioni di tre collaboratori di giustizia e dalle dichiarazioni degli altri familiari della vittima, ulteriormente convalidato da elementi di riscontro tratti dagli accertamenti investigativi compiuti dai carabinieri all'epoca del delitto, quadro la cui univoca concludenza probatoria era già stata argomentata e valorizzata dal GIP nella sentenza di primo grado. 

La Corte distrettuale ha verificato, con argomentazioni congrue che si saldano a  quelle del GIP, l'affidabilità complessiva delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Mutolo, Onorato e Naimo, già validata in altri processi, provenienti da soggetti organicamente inseriti nell'organizzazione mafiosa di "cosa nostra", con specifico riguardo all'autonomia reciproca delle rispettive propalazioni de relato (frutto di informazioni e confidenze ricevute in tempi e contesti diversi, da fonti primarie - quantomeno parzialmente - differenti) e alla sussistenza del requisito della convergenza del molteplice sul nucleo essenziale del narrato concernente il coinvolgimento dell'imputato nella decisione e nell'esecuzione dell'omicidio, le causali del delitto e l'indicazione dei relativi mandanti negli esponenti della famiglia mafiosa locale, capeggiata da Riccobono Rosario, alla quale apparteneva (anche) il Bruno, coi cui illeciti interessi economici la vittima era entrata in conflitto nell'esercizio della sua attività imprenditoriale.

La sentenza impugnata ha giustificato con la natura de relato delle informazioni riferite dai collaboranti le imprecisioni, di (ritenuto) carattere non decisivo, ravvisabili nelle loro dichiarazioni, e ha dato conto della sostanziale convergenza del loro racconto con quello di Enea Pietro in ordine alle ragioni fondamentali dell'omicidio del padre, dovute alla sua attività di impresario edile, e alla causale "mafiosa" del delitto, in cui l'imputato era coinvolto in veste di compartecipe del sodalizio criminale capeggiato dal Riccobono e di soggetto direttamente interessato alle relative attività illecite. La Corte di merito ha spiegato in termini che non presentano aspetti illogici (e, comunque, certamente non manifestamente illogici), ma che hanno trovato anzi riscontro in altre acquisizioni istruttorie, le ragioni della tardività del riconoscimento dell'imputato - come uno degli occupanti della Fiat 124 ferma sul luogo del delitto - operato da Enea Pietro solo nell'anno 2000, mentre nelle dichiarazioni rese ai carabinieri nell'immediatezza del fatto (e che allora non aveva voluto verbalizzare) il teste non aveva fatto riferimento al Bruno;

sul punto, la sentenza d'appello ha valorizzato il clima di omertà esistente all'epoca e il timore suscitato nel figlio della vittima dalle gravi intimidazioni che avevano preceduto e seguito l'esecuzione dell'omicidio, e che lo avevano anche personalmente riguardato, inducendo l'Enea a essere reticente con gli inquirenti per evitare ritorsioni e non mettere in pericolo la propria vita e quella dei suoi familiari, tanto da determinarsi a lasciare i luoghi e trasferirsi altrove a seguito delle minacce di morte che aveva ricevuto qualora non avesse smesso di cercare informazioni sulle ragioni dell'uccisione del genitore;

il superamento, per effetto del decorso di un ampio intervallo temporale e del mutato contesto circostanziale, dell'originario clima di paura giustificato dalla caratura criminale del Bruno (allora latitante e ricercato per un altro omicidio), spiega dunque - secondo i giudici di merito - la tardività della decisione di Enea Pietro di rendere   piena e completa testimonianza su tutto ciò che aveva effettivamente visto la mattina dell'omicidio, ivi inclusa la presenza in loco dell'imputato, persona che egli non avrebbe avuto ragione di accusare falsamente a così tanti anni di distanza dall'episodio criminoso. 

L'esistenza, all'epoca dell'omicidio e subito dopo di esso, del clima di omertà e delle condotte intimidatorie - descritte da Enea Pietro - che avevano riguardato tanto Enea Vincenzo, che aveva dovuto subire danneggiamenti e incendi nei propri cantieri prima di essere ucciso, quanto gli stretti congiunti della vittima, ha trovato riscontro, secondo la conforme ricostruzione delle risultanze probatorie operata sul punto da entrambe le sentenze di merito, sia nelle indagini di p.g. allora svolte, sia nelle dichiarazioni testimoniali di altri componenti del nucleo familiare della vittima, in particolare la moglie Cataldo Giuseppa e la figlia Enea Maria Teresa, sui contenuti minatori delle telefonate anonime da esse ricevute nei mesi successivi al delitto, in cui l'ignoto interlocutore le aveva avvisate che se Enea Pietro avesse continuato a fare domande sull'omicidio del padre avrebbe fatto la stessa fine del genitore; al riguardo non sussiste, perciò, la circolarità degli elementi di riscontro lamentata dal ricorrente, in quanto le circostanze appena indicate sono state riferite dagli altri congiunti della vittima come frutto di propria scienza diretta, e non per averle apprese de relato da Enea Pietro, e sono state perciò correttamente valorizzate dai giudici di merito come elementi di conferma esterna del racconto di quest'ultimo, che è stato adeguatamente vagliato nella sua attendibilità intrinseca ed estrinseca.

4. La sentenza impugnata non è dunque incorsa nei vizi di legittimità lamentati dal ricorrente, e la condanna dell'imputato non è stata fondata dalla Corte distrettuale su una lettura parziale e incompleta degli atti processuali, basata esclusivamente sulle dichiarazioni, in tesi difensiva inaffidabili, di Enea Pietro, senza fornire risposta ai motivi d'appello. 

La rilettura delle risultanze istruttorie operata dalla sentenza d'appello non si pone, come si è detto, in sostanziale contrasto con la motivazione della sentenza di primo grado, avendo la Corte distrettuale ribadito la capacità dimostrativa delle propalazioni dei collaboratori di giustizia che erano già state ampiamente scandagliate e giudicate affidabili dal GIP, ed avendo riconosciuto autonoma efficacia probatoria alle dichiarazioni testimoniali di Enea Pietro che già il primo giudice aveva ritenuto attendibili e idonee a riscontrare, insieme agli altri elementi apportati dalle dichiarazioni dei prossimi congiunti della vittima e dalle emergenze investigative, le chiamate in reità effettuate a carico dell'imputato dal Mutolo, dall'Onorato e dal Nainno. 

Il nucleo fondante e decisivo della prova della responsabilità dell'imputato  nell'omicidio di Enea Vincenzo è stato individuato e argomentato da entrambe le sentenze di merito, sia pure con una diversa accentuazione dell'importanza dell'una rispetto all'altra fonte dimostrativa, nella convergenza fondamentale delle propalazioni de relato dei collaboratori di giustizia, da un lato, e delle dichiarazioni testimoniali - frutto di scienza diretta - del figlio della vittima, dall'altro, e nella capacità dei rispettivi narrati di riscontrarsi reciprocamente sui dati essenziali della partecipazione del Bruno al delitto e sulla causale mafiosa (di tipo locale) dell'omicidio, idonea a spiegare il concorso dell'imputato alla relativa commissione in qualità di appartenente alla famiglia mafiosa (allora capeggiata dal Riccobono) i cui interessi illeciti erano entrati in conflitto con le attività della vittima nel settore dell'edilizia. In relazione a tali elementi essenziali della ricostruzione probatoria del fatto e della responsabilità dell'imputato la sentenza impugnata ha esplicitato in modo congruo le ragioni del proprio convincimento e si è confrontata con le doglianze dell'appellante, costituenti sostanziale riproposizione degli argomenti difensivi già disattesi dalla decisione di primo grado, ritenendole infondate sulla scorta di un percorso motivazionale immune da vizi logico-giuridici, che si salda a quello del GIP;

la verificata esistenza di un vaglio complessivamente adeguato della capacità dimostrativa posseduta dagli elementi portanti della ricostruzione accusatoria nei confronti del Bruno, che risponde alle censure principali del ricorrente, comporta dunque l'assolvimento dell'obbligo motivazionale gravante sul giudice di merito (e su quello d'appello in particolare), il quale - come è stato chiarito con orientamento costante da questa Corte - non è tenuto a compiere un'analisi approfondita di tutte le deduzioni delle parti e a prendere in esame dettagliatamente tutte le risultanze processuali, essendo sufficiente che, anche attraverso una valutazione globale di quelle deduzioni e risultanze, spieghi, in modo logico e adeguato, le ragioni del proprio convincimento, dimostrando che ogni fatto decisivo è stato considerato, così da potersi ritenere implicitamente disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata (Sez. 4 n. 26660 del 13/05/2011, Rv. 250900; Sez. 6 n. 20092 del 4/05/2011, Rv. 250105; Sez. 4 n. 1149 del 24/10/2005, Rv. 233187).

L'incensurabilità, in sede di scrutinio di legittimità, dell'apparato motivazionale della sentenza d'appello, che discende dalla riscontrata confutazione degli argomenti costituenti l'ossatura principale dei motivi di gravame dell'imputato, toglie perciò rilevanza alla doglianza - sulla quale la difesa ha particolarmente insistito nel ricorso - diretta a censurare l'insufficienza o l'incongruenza della risposta fornita dalla Corte territoriale alle critiche rivolte nell'atto di appello all'individuazione, da parte di Enea Pietro, di una delle ragioni di attrito tra il   padre e il Bruno, precedenti l'omicidio, nello sconfinamento immobiliare del complesso turistico di proprietà di una società - la B.B.P. - partecipata (anche) da parenti dell'imputato in danno del lotto limitrofo edificato da Enea Vincenzo, 

che aveva pregiudicato le successive operazioni di frazionamento catastale, di permuta e di vendita degli appartamenti delle palazzine costruite dalla vittima, determinando l'insorgenza di una lite e il fallimento della sua impresa;

l'accertamento della reale dinamica della relativa vicenda, di natura civilistica, e del ruolo del Bruno nella società coinvolta (B.B.P.), riveste infatti un obiettivo ruolo secondario, e non decisivo, nella ricostruzione complessiva degli elementi di prova acquisiti e valorizzati dai giudici di merito a carico dell'imputato.
5. Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali; l'imputato, soccombente nei confronti delle parti civili, deve inoltre essere condannato a rifondere alle stesse, i cui difensori sono comparsi in udienza rassegnando le proprie conclusioni, le spese sostenute nel presente giudizio, che si liquidano nelle misure rispettive indicate nel dispositivo.

P.Q.M. Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché a rimborsare le spese sostenute per questo giudizio dalle parti civili Enea Pietro, che liquida in C 4.059,80, di cui C 59,80 per esborsi ed C 4.000,00 per onorari, oltre spese generali (15%), iva e cpa, e, cumulativamente, Cataldo Giuseppa, Enea Riccardo, Enea Rosalia, Enea Maria Teresa, Enea Valerio, Enea Elisa, che liquida in complessivi C 8.000,00, oltre spese generali (15%), iva e cpa. Così deciso il 6/10/2016


MICALIZZI MICHELE: genero di Riccobono.
MUTOLO GASPARE: elemento di spicco della famiglia di Rosario Riccobono.
RICCOBONO ROSARIO: rappresentante di Partanna Mondello nel 1975 e dal 1978. Suo fratello Giuseppe, a sua volta rappresentante di Partanna-Mondello, venne ucciso il 27.7.1961. Condannato all'ergastolo. Scomparso, forse vittima di lupara bianca nel 1982. era socio della cooperativa edilizia Liberta'. Reggeva i contatti con alcuni membri della famiglia Santapaola a Catania.
BADALAMENTI GAETANO (zu' Tanu)(**): capo famiglia di Cinisi dal 1962 quando succede, pacificamente, a Cesare Manzella rappresentante in seno alla commissione. Rappresentante della famiglia di Cinisi nel 1975, viene espulso da Cosa Nostra nel 1978 per motivi oscuri. E' attivo nel traffico degli stupefacenti anche dopo questa data, il 22.5.84, infatti, viene colpito da mandato di cattura. Viene arrestato a Madrid l'8.4.1984.
BADALAMENTI SILVIO: nipote di Gaetano, assassinato il 2.6.1983.
BADALAMENTI VITO(**): di Gaetano. Arrestato con il padre a Madrid l'8.4.84. Imputato per traffico di stupefacenti, mandato di cattura 22.5.84.
ALFANO PIETRO(**): Cugino di Gaetano Badalamenti. Arrestato con Gaetano Badalamenti a Madrid l'8.4.84. Imputato per traffico di stupefacenti, mandato di cattura 22.5.84.
D'AGOSTINO EMANUELE: elemento di spicco della famiglia di S.Maria del Gesu'. Fedelissimo di Bontate, scompare dopo la morte di quest'ultimo. Coinvolto nel traffico di stupefacenti.
D'AGOSTINO ROSARIO: catturato mentre si nascondeva con Giuseppe Grado nella villa di questi a Besano. Era il guardaspalle di quest'ultimo. Traffico di stupefacenti.
D'AGOSTINO ROSARIO: di Ignazio e di Bonanno Caterina, Palermo ?/6/1946. Detenuto (~).
GALLINA STEFANO: membro della famiglia di Cinisi, ucciso il 1.10.1981.















Bruno Francesco, BRUNO GIOVANNI D'AGOSTINO BENEDETTO, BRUNO PIETRO, CARDINALE, CARDINALE RITA BARTOLA, ENEA VINCENZO. ENEA PIETRO. VASSALLO GIUSEPPE. COSTA CORSARA. BBP, GALLINA, LUCIDO, pomiero, UVA, 

giovedì 9 marzo 2017

GENCHI GIOACCHINO IL DIRIGENTE ASSESSORATO TERRITORIO AMBIENTE REGIONE SICILIA Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-03557

Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-03557




Atto n. 3-03557 (con carattere d'urgenza) 



Pubblicato il 8 marzo 2017, nella seduta n. 779



CATALFO , GIARRUSSO , SANTANGELO - Ai Ministri per la semplificazione e la pubblica amministrazione, per gli affari regionali e dell'interno. -

Premesso che, per quanto risulta agli interroganti:
nel 2006, il dottor Gioacchino Genchi, chimico responsabile del servizio 3 "Tutela dall'inquinamento atmosferico" del Dipartimento territorio e ambiente della Regione Siciliana concludeva con atto di diniego alle autorizzazioni alle emissioni in atmosfera l'iter istruttorio sui 4 sistemi previsti dal piano di gestione dei rifiuti della Regione che individuava 4 impianti di incenerimento destinati alla chiusura del ciclo dei rifiuti: a Palermo per la Sicilia occidentale; ad Augusta (Siracusa) per la Sicilia sudorientale; a Paternò (Catania) per la Sicilia nordorientale; a Casteltermini (Agrigento) per la Sicilia sudoccidentale;
l'8 gennaio 2007, con anticipo di ben 14 mesi dalla scadenza del contratto di lavoro, veniva revocato l'incarico al dottor Genchi, per tenerlo, da quel momento e per 6 anni e 4 mesi, unico caso senza precedenti e seguenti nella storia dell'amministrazione della Regione Sicilia, senza incarico dirigenziale e senza alcun carico di lavoro;
il 27 giugno 2007 il presidente della Regione, sentito dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse, imputava al dottor Genchi di avere bloccato la costruzione dei 4 inceneritori;
nello stesso periodo una missiva anonima recapitata a casa di Genchi gli preannunciava che, a causa delle mancate concessioni alle emissioni in atmosfera degli inceneritori, sarebbe andato incontro ad una lunga serie di atti persecutori, in quanto aveva messo in pericolo operazioni di malcostume politico fonti di illecito profitto;
ad aprile 2008 l'attività lavorativa di Genchi per l'anno 2006 veniva valutata con il punteggio di 58,01, che, seppure rientrante nel range di valutazione positiva, gli precludeva l'assegnazione della cosiddetta indennità di risultato;
il 3 aprile 2009 l'assessore della Regione per il territorio e l'ambiente, Giuseppe Sorbello, riferiva alla Giunta regionale, in modo ad avviso degli interroganti non veritiero, che al dottor Genchi era stata attribuita per l'anno 2006 una valutazione negativa e chiedeva l'irrogazione di sanzioni; senza controllare la veridicità delle affermazioni dell'assessore Sorbello e negando persino l'evidenza "aritmetica" che il punteggio della scheda valutativa (58,01 era maggiore di 49 cioè della soglia minima della valutazione negativa), inibiva il dirigente dal ricoprire incarichi equivalenti al precedente per 4 anni, uno in più dei 3 previsti dalla legge; la Giunta, inoltre, convalidava il decreto della revoca dell'incarico del dottor Genchi pur definendolo "viziato da incompetenza";
il 27 luglio 2009, dopo appena 3 mesi dalla delibera, il presidente della Regione, su parere favorevole dell'Ufficio legislativo e legale della Regione e del Consiglio di giustizia amministrativa, accoglieva il ricorso straordinario del dottor Genchi, annullava la revoca del suo incarico e dava mandato al Dipartimento di dare esecutività al provvedimento, cioè di procedere al reintegro del dirigente nelle sue funzioni di responsabile di Servizio;
nessuno dei dirigenti generali avvicendatisi alla direzione del Dipartimento dava, a parere degli interroganti colpevolmente ed omissivamente, esecutività al decreto presidenziale, lasciando Genchi privo di ogni incarico;
a dicembre 2009, una commissione d'indagine del Dipartimento, istituita a seguito di ripetute richieste del dottor Genchi, accertava che la sua valutazione era stata irregolare per la semplice ragione che il procedimento non si era neppure concluso, poiché erano stati preclusi al dirigente l'informazione, la partecipazione ed il contraddittorio;
a marzo 2010, Genchi chiedeva alla Giunta di annullare in autotutela la precedente delibera basata su presupposti non veritieri anche sotto l'aspetto aritmetico, e che gli accertamenti della stessa amministrazione avevano concluso per l'irregolarità della valutazione, oltre al fatto che, soprattutto, il decreto presidenziale aveva annullato in via definitiva la revoca dell'incarico;
a giugno 2010, incurante di ogni evidenza, la Giunta confermava la precedente delibera, cioè confermava il falso del punteggio 58,01 minore di 49, disconosceva l'irregolarità della valutazione accertata dalla stessa amministrazione, confermava la violazione di legge con cui era stata irrogata al dottor Genchi la sanzione di 4 anni non solo illegittima, ma persino eccedente di un anno il limite di 3 anni previsto per legge e, a giudizio degli interroganti incredibilmente, confermava per esistente il decreto di revoca dell'incarico annullato già da 9 mesi dal decreto del presidente della Regione;
a novembre 2010, a seguito di ripetute richieste del dottor Genchi, l'amministrazione instaurava il contraddittorio che avrebbe dovuto effettuare, secondo legge, 2 anni e 9 mesi prima e concludeva che anche nel merito le contestazioni a lui mosse erano erronee ed infondate;
a dicembre 2011 il Tribunale di Palermo, Sezione lavoro, a conferma degli stessi accertamenti, stabiliva che il punteggio della valutazione doveva essere riconsiderato al di sopra della soglia di 70 punti, cioè del limite per conseguire l'indennità di risultato; l'assessorato veniva condannato a pagare al dottor Genchi l'indennità e le spese processuali;
anche dopo la sentenza del Tribunale del lavoro, Genchi non veniva reintegrato nell'incarico e continuava ad essere tenuto senza alcun carico di lavoro, cioè pagato per non lavorare;
il 30 aprile 2013, a giudizio degli interroganti dopo 6 anni e 4 mesi di ostracismo più bieco e di annientamento lavorativo, Genchi tornava ad essere nominato responsabile di servizio, non presso il Dipartimento ambiente che gli si era opposto pervicacemente per tanti anni e fino all'ultimo, ma al Dipartimento attività sanitarie ed osservatorio epidemiologico, e ad occuparsi di "sicurezza alimentare";
il 1° marzo 2014 Genchi andava in quiescenza per raggiunti limiti d'età;
il 18 febbraio 2015 il giudice per l'udienza preliminare del Tribunale di Palermo disponeva il giudizio (il processo è in corso di svolgimento) per gli artefici della valutazione artefatta, cioè i 3 componenti lo staff di valutazione, il dirigente generale pro tempore all'epoca della valutazione e quello in carica nel 2010 alla direzione del Dipartimento territorio e ambiente per il reato previsto e punito dagli artt. 110 e 81 e art. 323, comma 2, del codice penale, per avere abusato del loro ufficio nella procedura di valutazione del dottor Genchi, arrecandogli un danno ingiusto di rilevante gravità, sia per la mancata corresponsione della prevista indennità per il raggiungimento degli obiettivi prefissati sia per la mancata progressione di carriera;
il 19 marzo 2015 Genchi ha chiesto al presidente della Regione di prendere atto che le deliberazioni della Giunta n. 116/2009 e n. 241/2010 erano state adottate sui presupposti falsi e mendaci dell'inesistente valutazione negativa e che esse avevano determinato sanzioni ingiuste e lesive ai suoi danni, persino in violazione dell'art. 40 del contratto collettivo regionale di lavoro della dirigenza; la delibera n. 241/2010, addirittura, aveva convalidato la revoca dell'incarico dirigenziale del 2007, già annullato in via definitiva da 10 mesi con decreto presidenziale del 2009. Pertanto, ha richiesto di procedere, in autotutela, al loro annullamento;
dal 19 marzo 2015 si è assistito a un rimando di competenze tra la segreteria della Giunta, il presidente della Regione e la Giunta stessa, l'assessore per il territorio e l'ambiente, il suo capo di gabinetto ed il dirigente generale del Dipartimento, su chi avrebbe dovuto valutare che il punteggio di 58,01 corrispondesse a valutazione positiva o negativa, cioè se il punteggio di 58,01 fosse maggiore (valutazione positiva) o minore (valutazione negativa) di 49;
come si legge in un estratto sul blog "libera isola delle femmine" del 18 febbraio 2017, il 14 maggio 2015 il dirigente generale del Dipartimento ambiente, incaricato dalla Giunta regionale di procedere alla valutazione aritmetico-amministrativa del 58,01 e 49 concludeva che «È da ritenersi evidente ed indiscutibile l'asserzione che il punteggio di 58 costituisce una valutazione senza demerito, ovvero non negativa, poiché non inferiore a 50 punti»;
il 15 giugno 2015, tuttavia, il presidente della Regione comunicava al dottor Genchi che la Giunta, nella seduta del 7 giugno, in conformità ad un imprecisato parere dell'Avvocatura dello Stato, aveva ritenuto l'inopportunità, in atto, di pronunciarsi al riguardo, non rispettando, quindi, l'indiscutibile asserzione citata e rimettendo in discussione se 58,01 fosse maggiore o minore di 50;
l'11 settembre 2015 il dirigente generale cambiava idea sulla valutazione aritmetica ed evidenziava alla Giunta "l'opportunità di astenersi, al momento, da qualsiasi iniziativa relativa ai provvedimenti finora emessi nei confronti del dr. Genchi";
il 14 settembre 2015 la Giunta recepiva le conclusioni del dirigente generale;
il 17 novembre 2015 il responsabile per la prevenzione della corruzione e per la trasparenza, più volte sollecitato da Genchi ad intervenire sui fatti, comunicava che, dopo approfondita istruttoria, aveva trasmesso gli atti alla Procura della Repubblica di Palermo;
l'11 febbraio 2016 la Corte d'appello del Tribunale di Palermo rigettava il ricorso dell'Assessorato per il territorio e l'ambiente avverso la sentenza del Tribunale del lavoro, confermava le ragioni del dottor Genchi e condannava nuovamente l'amministrazione al pagamento delle spese processuali;
il 7 giugno 2016 la Giunta regionale, senza prendere in considerazione la sentenza della Corte d'appello che, in ogni caso, come quella del Tribunale del lavoro, non attiene alla questione della falsità delle delibere sulla valutazione, bensì se al dottor Genchi spettasse o meno l'indennità di risultato, decideva ancora una volta, su parere dell'Avvocatura dello Stato e prima ancora dell'Ufficio legislativo e legale, di non assumere decisioni;
considerato che:
l'inibizione di anni 4 dal ricoprire incarichi equivalenti a quello revocato è stata inflitta ad avviso degli interroganti in contraddizione con quanto previsto dall'art. 40 del vigente contratto collettivo regionale di lavoro dell'area della dirigenza che prevede che, in casi analoghi, la stessa non debba essere superiore a 3 anni;
a quanto risulta, le schede di valutazione non recano in calce le firme dei dirigenti preposti violando, di fatto, i principi del giusto procedimento, di imparzialità e di trasparenza;
in particolare, "il Fatto Quotidiano" del 7 gennaio 2017 riporta che «La discutibile "sanzione", applicata per la prima volta (e mai più da allora), è stata decisa con una velocità da fare invidia. Titoli professionali, carriera, impegno lavorativo, immagine personale, di colpo tutto azzerato. Discorso chiuso? Affatto, perché nella fretta è sfuggito alla giunta Lombardo un importante dettaglio. Il funzionario, infatti, non aveva riportato alcuna valutazione negativa rispetto all'attività svolta. La soglia minima per "bocciare" un dipendente è fissata a quota 50 punti, mentre a Genchi era stata assegnata una valutazione di 58,01: in pratica mancavano i presupposti legali a supporto dell'incredibile sanzione inibitoria, per il semplice fatto che il dipendente non aveva demeritato neanche nel punteggio che gli era stato assegnato dai suoi superiori. Tutto risolto dunque? Ma neanche per idea. Iniziano gli immancabili ricorsi. Due commissioni di verifica interne danno ragione a Genchi. Lo stesso governatore accoglie il ricorso straordinario e "annulla" la revoca dell'incarico.»;
considerato infine che a parere degli interroganti, quanto evidenziato dimostrerebbe che il dirigente sarebbe stato destinatario di una serie di provvedimenti e condotte vessatorie da parte dei massimi vertici politici della Giunta regionale ed amministrativi del Dipartimento territorio e ambiente succedutisi nel tempo, di cui non si ha memoria di analoghi precedenti, oggettivamente volti ad estrometterlo dalle rilevanti funzioni dirigenziali ricoperte,
si chiede di sapere:
se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti;
se non ritengano necessario attivarsi, per quanto di rispettiva competenza, affinché venga disposto un accertamento al fine di verificare se sussistano condotte discriminatorie nei confronti del dirigente e, in tale ipotesi, siano annullate le delibere di Giunta anche alla luce delle citate pronunce a favore del dottor Genchi e la descritta violazione dell'art. 40 del contratto collettivo regionale di lavoro.
http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Attsen/00029066.htm
http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Attsen/00029174.htm
http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Attsen/00029106.htm
http://liberaisoladellefemmine.blogspot.it/2017/02/cuffaro-genchi-pellerito-e-i-4.html
http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/01/07/sicilia-sullisola-la-matematica-e-relativa-lo-strano-caso-del-dottor-genchi/3299042/


Sicilia, “sull’isola la matematica è relativa: lo strano caso del dottor Genchi”
Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Lino Buscemi

Nella Sicilia dei paradossi può succedere, anche, che si apra, nelle sedi istituzionali della Regione e dintorni, un’ incredibile quanto oziosa disputa, a suon di carte e pareri, attorno ad un singolare dilemma aritmetico. Vero è che nella terra di ArchimedeEmpedocleGorgia e Pirandello, nulla è certo e tutto è relativo, ma con l’aritmetica non si scherza. Non c’è partita. Non si può, avventatamente, andare contro la logica, l’evidenza, l’inoppugnabile. A meno che , sprovvisti di buon senso, pur di fare un torto a qualcuno, si cerca di confondere le acque insinuando dubbi pur di arrecare danni al prossimo. Ne sa qualcosa il dottor Gioacchino Genchi (solo omonimo del noto ex poliziotto ndr), già dirigente chimico della Regione, che da quasi 8 anni impatta contro il muro di gomma, fatto di alchimie numerico-amministrative, di governi e burosauri della Regione che rifiutano di riconoscere – e non siamo su Scherzi a parte- che 58 è un punteggio maggiore di 50. Ma andiamo con ordine. Genchi, inflessibile dirigente , è stato per anni il responsabile dell’Ufficio Tutela dall’inquinamento atmosferico ed ha avuto il gravissimo torto di essersi messo contro l’uso del pet coke come combustibile, contro le aziende che fabbricavano laterizi con i fanghi di risulta industriali, contro i miasmi della distilleria più grande d’Europa e, imperdonabile, di avere stoppato, a quanto sembra, l’affaire miliardario degli inceneritori previsto dal piano rifiuti adottato dalla giunta di Totò Cuffaro, l’ex governatore poi condannato definitivamente per favoreggiamento alla mafia .
Ad aprile del 2009 la giunta presieduta da Raffaele Lombardo – condannato per concorso esterno a Cosa nostra, ma solo in primo grado – infligge a Genchi 4 anni (uno in più del massimo previsto dalla leggi) di inibizione dall’incarico ricoperto per avere riportato una “valutazione negativa” con riferimento all’attività svolta nel 2006 ( l’anno dello stop agli inceneritori). La discutibile “sanzione”, applicata per la prima volta (e mai più da allora), è stata decisa con una velocità da fare invidia. Titoli professionali, carriera, impegno lavorativo, immagine personale, di colpo tutto azzerato. Discorso chiuso? Affatto, perché nella fretta è sfuggito alla giunta Lombardo un importante dettaglio.  Il funzionario, infatti, non aveva riportato alcuna valutazione negativa rispetto all’attività svolta. La soglia minima per “bocciare” un dipendente è fissata a quota 50 punti, mentre a Genchi era stata assegnata una valutazione di 58,01: in pratica mancavano i presupposti legali a supporto dell’ incredibile sanzione inibitoria, per il semplice fatto che il dipendente non aveva demeritato neanche nel punteggio che gli era stato assegnato dai suoi superiori. Tutto risolto dunque? Ma neanche per idea. Iniziano gli immancabili ricorsi. Due commissioni di verifica interne danno ragione a Genchi. Lo stesso governatore accoglie il ricorso straordinario e “annulla” la revoca dell’incarico. Il Tribunale del lavoro condanna l’amministrazione, dopo avere accertato che anche il punteggio (58,01) era artefatto e frutto di contestazioni infondate. La Corte d’appello conferma la condanna (siamo ad oltre 20 mila euro), mentre i 5 artefici della cosiddetta valutazione farlocca finiscono sotto processo (attualmente in corso).
Il lettore penserà: ma con questa mole di vittorie in tribunale, nel frattempo Genchi sarà stato reintegrato. E le delibere false annullate. Ma quando mai. Nel Palazzo “resistono” con il silenzio, perché non sanno che pesci pigliare. Intanto, arriva il governatore Crocetta che, come è noto, in quanto a propositi rivoluzionari non è secondo a nessuno. Genchi gli scrive e chiede, con garbo, di prendere formalmente atto che per aritmetica elementare 58,01 ( già giudicato fasullo) è maggiore di 50 e, dunque, di annullare la delibera che attesta il fatto. Negli uffici presidenziali si interrogano: chi deve attestare se 58,01 è maggiore di 50 ? Inizia quindi un incredibile balletto istituzionale e burocratico. La segreteria della Giunta declina la competenza ( è priva di un matematico?), seguita a ruota dalla giunta di governo. Ma Crocetta – l’ha più volte dimostrato nelle sue ripetute e sussultorie apparizioni televisive da Giletti – è uno che sui problemi “spinosi” è subito disponibile a metterci una croce sopra. Lampo di genio, la croce, anzi il Croce, ce l’ha in Giunta, è il dottor Croce Maurizio, assessore all’Ambiente. Quale migliore occasione d’incaricare costui a sbrogliare la matassa? Per la verità un alto funzionario, ovvero il Dirigente generale dell’Ambiente aveva già formalmente attestato che 58,01,poiché maggiore di 50, corrisponde a valutazione positiva.
Dopo un momento di meditazione, però, anche l’assessore Croce ha avuto una brillante idea: decise, nientemeno, di formulare, non una, ma addirittura due richieste di parere: la prima all’Avvocatura dello Stato e l’altra all’ufficio legislativo della Regione. Vista la rilevanza della questione il nostro avrà pensato che solo i giureconsulti dello Stato e della Regione, sarebbero stati in grado di dipanarla. Che dire? Il sospetto che si voglia “menar il can per l’aia”, è più che legittimo. Ma a che pro? E con quali risultati? Il commissario dell’Anticorruzione, Raffaele Cantone, informato da Genchi, allarga le braccia, riscontra “ gravi carenze “ nella trasparenza degli atti della Regione, ma non ha margini d’intervento perché “la richiesta attiene al raggiungimento di un obiettivo personale” ( sic!). Logico dunque che il dottor Genchi, frattanto, più ostinato di prima, abbia trasferito la vicenda al palazzo di Giustizia, perché, presume, ci sarebbero tutti gli elementi necessari per avviare l’azione penale. Vedremo. Finisce qui, per ora, il pirandelliano racconto che, si è certi, non finirà di riservare altri colpi ad effetto. Ma c’è quanto basta per comprendere, al di là del caso specifico e delle abusate quanto ipocrite frasi di circostanza, che il diritto, le regole e la trasparenza, nei Palazzi del potere e in alcuni uffici della Regione diretti da cortigiani senza scrupoli, somigliano sempre più a fastidiosi ingombri da tenere a bada per non disturbare i manovratori di turno e i loro indicibili interessi.
*di Lino Buscemi


2011 21 DICEMBRE SENTENZA 6455 2011 GIUDICE DEL LAVORO PAOLA MARINO OPPOSIZIONE DECRETO INGIUNTIVO PAGAMENTO DELLA RETRIBUZIONE DI RISULTATO ANNO 2006 PROVE SEMPLIFICAZIONE INTRODUZIONE CONFERENZA SERVZI CON IL VENIR MENO DEL PARE CPTA COME AVVOCATURA DELLO STAT N 54661 27 OTTOBRE 2006 ASSESSORATRO CONDANNATO AL RICONOSCIMENTO INDENNITA DI RISULTATO A GENCHI GIOACCHINO





GENCHI 2016 SENTENZA APPELLO 178 2016 CRON 678 RGA 2013 CONFERMA SENTENZA CAUSA LAVORO 6455 2011 VALUTAZIONE

ANZA' 2015 SENTENZA 5307 CONDANNATO PER DIFFAMAZIONE A FAVORE DI GENCHI GIOACCHINO PROCEDIMENTO 3392 2008 GIUDICE MARLETTA UDIENZA 2 11 2011




ANZA', CATALFO, GENCHI GIOACCHINO, GIARRUSSO, M5S, Sansone, SANTANGELO, SENATO ATTO ISPETTIVO, TOLOMEO, CROCETTA,LOMBARDO,CUFFARO,LE JENE,PELLERITO,INCENERITORI,ITALCEMENTI,BERTOLINO


GENCHI GIOACCHINO IL DIRIGENTE ASSESSORATO TERRITORIO AMBIENTE REGIONE SICILIA Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-03557